Espropriàti del presente e del futuro: L’impatto della pandemia sul benessere psicofisico della next-generation

Espropriàti del presente e del futuro: L’impatto della pandemia sul benessere psicofisico della next-generation

Si discute da tempo sull’enorme danno provocato dalla prolungata e indifferenziata chiusura delle scuole e tanta risonanza è data rispetto alle conseguenze gravissime sull’apprendimento, così come sull’aumento delle diseguaglianze e della povertà. Mentre si continua a dibattere inutilmente su date, orari, percentuali di ore di didattica in presenza e a distanza (le proposte delle scuole vengono poi fatte saltare continuamente) il governo e le regioni, responsabili anche della riorganizzazione dei trasporti, procedono divisi, senza riuscire ad affrontare il problema in modo adeguato e basandosi su dati scientifici raccolti ed elaborati adeguatamente. Tutte le attività culturali sono state chiuse a tempo indeterminato, non si può accedere a biblioteche, musei, cinema e teatri, palestre e piscine, mentre davanti ai negozi che hanno per loro un minimo di appeal, nei giorni con il colore che lo consente, si formano file di ragazzetti, sempre con il cellulare in mano.

Il risultato è che un’intera generazione di preadolescenti e adolescenti è di fatto espropriata nel presente del diritto all’istruzione e alla cultura, ipotecando il suo futuro sociale e lavorativo. Ma non si tratta solo di questo, ci sono altre questioni estremamente importanti che non hanno abbastanza spazio e visibilità né nell’informazione né nel dibattito pubblico e non vengono considerate, almeno in Italia, una priorità per la politica e per le istituzioni.

Come psichiatra e psicoanalista sono di giorno in giorno sempre più preoccupata dell’impatto della pandemia sulla salute mentale non solo degli adulti, ma anche dei bambini e degli adolescenti, il cui disagio crescente è evidente nella mia attività clinica. Ma non è un’impressione personale, sull’argomento sono stati già pubblicati diversi studi, facendo riferimento anche a situazioni analoghe del passato (quali SARS, AIDS, Ebola) di cui gli organi competenti dovrebbero tenere conto, come accade in diversi Paesi che hanno mantenuto le scuole aperte, seguendo le raccomandazioni di commissioni scientifiche.

Benché i risultati siano provvisori, essendo la pandemia ancora in corso e, certamente, alcuni di questi studi abbiano limiti metodologici che inducono alla cautela e necessitino di ulteriori indagini, tutti convergono nell’evidenziare il rischio di un aumento di disturbi del neuro-sviluppo, della sfera del disagio psicosociale e dei disturbi mentali nel breve e nel lungo periodo. È interessante citare a questo proposito alcune revisioni della letteratura pubblicate su riviste internazionali.

Quella comparsa sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry (Loades et. al, 2020) ha preso in considerazione ottanta articoli selezionati dal 1946 al 2020 riguardanti l’impatto dell’isolamento sociale e della solitudine sulla salute mentale di bambini e adolescenti in contesti diversi, rilevando un aumento del rischio di disturbi di ansia e depressione durate e dopo la conclusione di esperienze di isolamento forzato, correlati più alla durata che all’intensità dell’esperienza. Un lavoro irlandese pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health (Nearchou et al. 2020) ha esplorato i risultati di dodici studi, per la maggioranza descrittivi, pubblicati sull’impatto dell’attuale pandemia sulla salute mentale della popolazione giovanile, che confermano il rischio di sviluppare sintomi ansiosi e depressivi, cui si aggiungono disturbi psicosomatici, reazioni emotive (stress, paura, preoccupazione) e difficoltà comportamentali.

L’articolo “Il carico psicologico della quarantena nei bambini e negli adolescenti: una rapida revisione sistematica e soluzioni proposte” (Imran et al., 2020, pubblicato sul Pakistan Journal of Medical Sciences ad accesso libero https://doi.org/10.12669/pjms.36.5.3088) ha selezionato sette ricerche riguardanti popolazioni vittime di malattie o disastri precedenti alla pandemia da COVID-19 (H1N1, SARS e influenza aviaria, Ebola, malattie oncologiche, infezioni dermatologiche resistenti, ventilazione meccanica, tzunami) e tre riguardanti l’attuale pandemia. Le prime rilevano principalmente senso di isolamento, esclusione sociale, sentimenti di colpa e disturbi post-traumatici, mentre le restanti evidenziano tendenza a irrequietezza e deficit dell’attenzione, con eccessivo aumento del tempo passato davanti agli schermi di diversi dispositivi elettronici. In queste ultime ricerche, condotte in Cina, Italia e Spagna, i dati sono stati raccolti dalla somministrazione di questionari on-line ai genitori, metodo che ha delle limitazioni, tra cui la soggettività della percezione, ma mostra che il disagio genitoriale può essere un fattore predittivo di stress dei figli, innescando una sorta di “effetto a catena”.

In questo lavoro, come nei precedenti, è raccomandata la necessità di prendere in seria considerazione l’impatto sulla sfera psichica, oltre che fisica, dei periodi di quarantena e di altre misure di contenimento tra i bambini e gli adolescenti e di mettere in atto misure adeguate per mitigarne gli effetti. Qui vengono anche suggeriti interventi specifici in vari settori: dell’educazione scolastica (didattica a distanza, supporto psicosociale, motivazione a stili di vita sani), dell’accesso all’informazione (deve essere accurata, fornita in modo adeguato all’età, discussa), delle relazioni e della socializzazione (evitare l’isolamento sociale mantenendo le relazioni a distanza), della prevenzione (interventi di tipo cognitivo-comportamentale per migliorare le competenze di problem-solving, offrire monitoraggio e sostegno psicologico a distanza e altre strategie di coping per i genitori) e di cura (garantire la fruibilità dei servizi di salute mentale).

Un gruppo di ricerca multicentrico (de Araújo et al., 2020, pubblicato sul Jornal de Pediatria, ad accesso libero https://doi.org/10.1016/j.jped.2020.08.008) ha selezionato e revisionato nove studi riguardanti le conseguenze di epidemie e pandemie (AIDS, H1N1, Ebola) di cui tre specificamente sul COVID-19 sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti e sui loro genitori. Premettendo che le strategie di contenimento per far fronte alla diffusione dei virus sono necessarie, esse costituiscono eventi stressanti che minacciano la crescita e lo sviluppo dei cosiddetti Sustainable Development Goals (SDG, Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile), tra cui è compresa la salute dei bambini. Il rischio di malattia, l’isolamento sociale, il confinamento, la chiusura delle scuole, la sospensione delle attività fisiche, i cambiamenti del ritmo sonno-veglia, l’alimentazione disordinata (con obesità o malnutrizione), l’eccessivo uso di dispositivi elettronici (televisione, cellulare, tablet), l’aumento di stress nei genitori e conflittualità familiari, possono essere fatti rientrare nelle cosiddette Adverse Childhood Experience (ACE, Esperienze Sfavorevoli infantili) comparabili alle altre esperienze traumatiche accertate (quali abusi, maltrattamenti, genitori che abusano di sostanze o soffrono di disturbi mentali). Tali esperienze comportano un aumentato rischio di alterato sviluppo cerebrale e neuro-cognitivo, la compromissione della salute psichica e fisica, fino ad alterazioni delle capacità lavorative nel futuro. L’esperienza traumatica può essere tollerabile (grazie a fattori protettivi quali il benessere socio-economico) oppure causa di stress e patologie (in condizioni di vulnerabilità o disagio già in atto), in relazione a quanti e quali strategie di supporto e cura vengono assicurate nei confronti delle famiglie e dei genitori rispetto ai loro bisogni specifici.

In particolare, riguardo la chiusura delle scuole, i dati sul fatto che sia una efficace misura di controllo delle epidemie simili alla pandemia da Covid 19 sono contrastanti. Benché in alcune situazioni si verifichi una diminuzione della mortalità, è necessario ricordare che le famiglie più fragili e disagiate, con difficoltà di accesso alla didattica a distanza e che contano sui servizi scolastici per la mensa, la guida all’igiene personale, i progetti sportivi, rimangono fortemente penalizzate con aumentato rischio di malnutrizione e di problemi di salute fisica. Per ragazzi sotto i tredici anni, che passano tutto il giorno a casa da soli, aumenta il rischio di incidenti domestici, di sviluppo di disturbi del comportamenti e deficit nella capacità di socializzazione, di mancate denunce di maltrattamenti e abusi, oltre che del fenomeno dell’abbandono scolastico.

In alcune delle ricerche citate sono coinvolte università italiane, ma nel nostro Paese il problema della conseguenze della pandemia sulla salute mentale della popolazione e soprattutto di quella della next-generation non sembrano essere prese in considerazione. Eppure le conclusioni sono sempre le stesse: le misure di contenimento del contagio sono necessarie, ma devono essere messe in atto strategie efficaci nei confronti dei bambini, degli adolescenti e delle famiglie, che consentano di rendere questa esperienza meno traumatica e limitare le conseguenze psicopatologiche che ne possono conseguire. Dovrebbero essere offerti strumenti di prevenzione e di intervento precoci, si dovrebbe essere preparati a livello istituzionale e di sanità pubblica, in vista di un aumento di problemi di salute mentale.

L’esperienza clinica quotidiana dei professionisti della salute mentale (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti, neuropsichiatri infantili), sia nel pubblico che nel privato, non può che confermare i risultati e le conclusioni delle ricerche. Cosa si sta facendo?

La cosiddetta next-generation è lasciata in una sorta di limbo, una situazione stressante e caotica che non solo infrange il diritto all’istruzione e alla cultura, ma anche a una crescita sana, a un percorso evolutivo armonico. Esposta al trauma della malattia, della morte e della costante precarietà e incertezza, senza protezioni che non siano costrittive, si trova impossibilitata a vivere le esperienze formative necessarie al diventare adulti, perdendo passaggi evolutivi vitali. L’adolescenza è un importante periodo di trasformazione: la crescita del corpo, i cambiamenti fisiologici, ormonali, sessuali, dell’architettura del cervello. E poi ci sono le modificazioni emozionali e percettive rispetto alla propria identità e nel rapporto con gli altri, animate da dinamiche complesse e contraddittorie. Il sentimento di “Io sono”, l’identificazione profonda di sé come soggetto, in adolescenza è vicariata dal gruppo, cui è affidato il senso di continuità e coerenza di sé: so chi sono perché mi rifletto negli altri e mi riconosco attraverso gli altri. In questo momento il gruppo è costretto esclusivamente alla virtualità, che presenta rischi ben conosciuti.

Risuonano quindi drammatiche e profetiche le parole che Greta ha pronunciato nel discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York del 23 settembre 2019: “Venite da me per avere speranza? Come osate!? Voi avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre vuote parole. […] Le persone soffrono. Le persone stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa”.

Possiamo riascoltarle nel documentario “I am Greta”, di Nathan Grossman (2020), la cui visione oggi dovrebbe essere obbligatoria per tutti gli adulti, perché ora più che mai quel “How dare you” è un richiamo che non può rimanere inascoltato, dovrebbe essere “una spina nel fianco” e non dare pace finché non si sia fatto abbastanza.

Greta, l’attivista svedese che nel 2018, a sedici anni, ha dato il via al movimento Fridays For Future, una ragazza “speciale” che ha avuto un successo planetario e tanti detrattori,  che ha avuto la copertina del Time come persona dell’anno ed è la più giovane donna nominata per il premio Nobel per la Pace è, prima di tutto questo, un’adolescente che vuole essere vista e ascoltata, che ha paura per il suo futuro, che sfida i leader mondiali che la ascoltano stupiti e spiazzati, incassano, ma rispondono balbettando, “con parole vuote”, e non agiscono. Lo stesso atteggiamento che i politici hanno di fronte alle proteste dei ragazzi che hanno bisogno di essere presi sul serio, non dotati di banchi a rotelle su cui non riescono ad appoggiare un libro (caso mai ci si sedessero).

La pandemia ha fermato tutte le attività dei ragazzi e, mentre il virus continua a diffondersi, il riscaldamento globale, dell’atmosfera e dell’acqua è continuato a crescere, le micro-plastiche sono arrivate ovunque e i fenomeni di subsidenza hanno raggiunto livelli allarmanti. I giovani rimangono comunque inascoltati; si attribuisce loro la responsabilità del futuro, ma sono espropriati del corpo e della voce, perché richiedono cambiamenti e investimenti senza produrre immediati profitti.

Dobbiamo esserne consapevoli: stiamo mettendo in serio pericolo anche la loro salute psichica. Come dice Greta, li stiamo “deludendo e tradendo” e “se scegliamo di fallire, non ci perdoneranno mai”.

Bibliografia

            de Araújo L.A., Veloso C.F., de Campos Souza M., de Azevedo J.M.C., Tarro G. (2020), The potential impact of the COVID-19 pandemic an child growth and development: A systematic review. Jornal de Pediatria (https://doi.org/10.1016/j.jped.2020.08.008)

            Imram N., Aamer I., Sharif M.I, Bodla Z.H., Naveed S. (2020), Psychological burden of quarantine in children and adolescents: A rapid systematic review and proposed solutions. Pakistan Journal of Medical Sciences, 36 (5):1106-1116 (https://doi.org/10.12669/pjms.36.5.3088)

            Loades M.E., Chatburn E., Higson-Sweeney N. et al. (2020), Rapid systematic review: The impact of social isolation and loneliness on the mental health of children and adolescents in the context of COVID-19. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, .59(11): 1218–1239. (https://doi.org/10.1016/j.jaac.2020.05.009) Gennaio 2021

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