Scenari del futuro tra cinema e serie televisive. L’esempio di Black Mirror

Scenari del futuro tra cinema e serie televisive. L’esempio di Black Mirror

“Non mi aspettavo di vivere nel futuro, eppure eccomi qua!”

Interessarsi alle Serie televisive, per chi frequenta i territori della psiche e quelli delle immagini filmiche, è una sfida necessaria da raccogliere. Infatti, è un fenomeno che si è infiltrato nella nostra cultura e inesorabilmente la va impregnando Serie dopo Serie, Stagione dopo Stagione, Episodio dopo Episodio, influenzando la nostra percezione del mondo reale e coinvolgendo inevitabilmente in cambiamenti il nostro mondo interno. Canali televisivi e piattaforme streaming ne propongono in enorme quantità, ce n’è di tutti i generi, per tutti i gusti e tutte le età, se ne parla tra amici, ne discutono esperti di varia formazione, vengono fuori nelle stanze d’analisi.

Tra i tanti argomenti di dibattito, uno dei più controversi è se le Serie siano “il Cinema del futuro”, o possano prenderne il posto. Anche il regista Bernardo Bertolucci (la Repubblica, 13 settembre 2014), in occasione della presentazione al festival del cinema di Roma della prima stagione dell’accalamata True Detective, si è esposto nel paragonarle al cinema, chiedendosi come mai se ne è tanto appassionato: “Bisogna partire da lontano, quando mio padre mi raccontava le fole, le favole. Quello è il primo caso di serialità, poi sono venuti i fumetti e qundi, con un gran salto temporale, le Serie. Ci trovo quello che non vedo più al cinema. I bei film di questo momento per me sono dentro le serie, hanno riconquistato i tempi che il cinema ha fatto a pezzettini, ingoiato e fatto sparire; i tempi della serialità sono quelli del cinema che amavamo”.

Se lo dice lui, di cui conosciamo l’amore dichiarato per la psicoanalisi, tanto da essere Presidente Onorario dell’European Psychonalytic Film Festival, e che possiamo considerare l’anello di congiunzione tra psicoanalisi e cinema, qualcosa di vero c’è.

Lo riprova il fatto che le Serie sono presentate ai vari Festival e alla Mostra del Cinema di Venezia, e che il miglior film dell’anno questa volta non è un film: i Chaiers du cinéma, Sight and Sound e Film TV, riviste di settore prestigiose, hanno inserito nella top ten delle classifiche del 2017 la terza serie di Twin Peaks, di David Lynch. Un omaggio probabilmente all’importanza dell’Autore, e alla qualità e creatività di un’opera.

Nella sua episodicità, la serie garantisce la continuità e l’evoluzione della narrazione e dei suoi personaggi e, mentre intorno a noi si evolve un mondo sempre più difficile da comprendere, incoerente e pieno di tragedie e paradossi, non più a misura d’uomo, ne riprende le fila aggrovigliate e le trasforma in narrazioni dotate di una propria coerenza interna, capacità attribuita fino a qualche anno fa solo al cinema. La serialità crea un “setting” temporale specifico: come una seduta psicoanalitica, ogni episodio ha, a parte rare eccezioni, la durata di circa quarantacinque minuti. L’unità di tempo corrispondente ad una seduta analitica, adatta ad ascoltare il paziente con la necessaria attenzione e disattenzione, come uno “schermo empatico” (Gallese e Guerra, 2016), a seguire i diversi registri di funzionamento, ad entrare nella dinamica transferale, perché la relazione tra le due persone “che parlano in una stanza” abbia caratteristiche di ritualità e nel contempo vi sia spazio anche per l’inatteso e il sorprendente. Questi ultimi sono aggettivi del tutto appropriati in riferimento a ogni episodio di una serie, di quelle di qualità, che possono avere il fascino delle narrazioni fiabesche, la capacità di incantamento di Sharazade, con le sue Mille e una notte.

Con l’aumento esponenziale delle storie, stanno cambiando anche i personaggi. L’eroe classico, nelle varie forme (l’opposizione tra buono e cattivo, la lotta per affermarsi, l’ascesa e la caduta, la perdita dell’innocenza) ha lasciato il posto a “Eroi allarmati e allarmanti di un tempo di crisi”, come li ha definiti il giornalista Emiliano Correale, il cui scopo è di evitare il collasso del proprio mondo, minacciato dall’esterno ma anche dai propri incubi e fantasmi. Sono questi gli eroi in cui tendiamo a identificarci, a cui ci affezioniamo come a degli amici, forse perchè che danno corpo a parti di noi profonde, difficili da riconoscere e contattare, possiamo così gradualmente contattare e imparare a conoscere, tollerare, magari un po’ integrare.

Le Serie non sono “il Cinema del futuro”, non lo possono sostititure, sono oggetti diversi per ritmi, tempi, spazi, modalità di fruizione. La Serie si può guardare un episodio alla volta, o “spararsene” una dietro l’altra – è il fenomeno del binge-watching – fino a vederli tutti in una volta subito, appena caricati – è il fenomeno del “binge races”.

Tuttavia, anche loro vengono da lì, dal cinema. Anch’esse offrono “l’incarnazione dell’immaginario nella realtà esterna” (Morin, 2001) ma soddisfano, più del cinema, il bisogno sempre più urgente di “entrare in sequenza”, come direbbe Baricco (2006) – di essere in continuo movimento, di seguire una – o più – traiettorie, di entrare e uscire dalle storie scelte da noi quando e come si vuole, ci si connette e ci si disconnette a proprio piacimento. Rispetto al cinema, offrono l’opportunità di sviluppare personaggi e ambienti seguendoli e descrivendoli da infiniti punti di vista. I loro “creatori”, considerati le persone oggi tra i più influenti d’America dal punto di vista culturale e sociale, sono chiamati “show runner”, scrivono e gestiscono lo show in tutti i suoi aspetti, dalla scelta dei registi e del cast al budget, sono loro a garantire lo stile, a imprimere il tono e a garantirne il successo.

Tra cinema e serie si sono create tuttavia frequentazioni – che prendono avvio proprio con Twin Peacks – sempre più costanti e fitte, sfociate in compenetrazioni e legami e indissolubili per cui ci sono Serie che danno continuità a film, film che nascono da Serie, ed entrambi si contaminano con elementi che vengono messi in comune, così come vediamo star del cinema interpretare con disinvoltura gli uni e le altre, fino a cucirsi addosso e produrre serie su misura in cui sono protagonisti assoluti. La tendenza alla serialità nel cinema holliwoodiano è testimoniata dalle saghe, dai sequel, dai prequel e  dagli spin-off che stazionano per mesi nei cinema multisala, mentre i vari canali televisivi e le piattaforme ripropongono i film da cui tutto ha inizio (o fine).

Possiamo certamente dire che le Serie di successo e di qualità, come il cinema – pur con le differenze accennate – possono mostrarci, se “storie vere”, il nostro presente e il nostro passato e, se fantastiche, essere un terreno fecondo per evocare molteplici aspetti del nostro mondo interno, buoni o cattivi che siano. Sono una fonte inesauribile di informazioni che, se si sanno usare, possono darci indicazioni per orientarci nella complessità del mondo. Certamente, sono visioni del mondo, e non hanno il potere di cambiarlo, ma seguono i suoi cambiamenti, e ci coinvolgono in questa mutazione.

E possiamo aggiungere che hanno il potere di farci vedere, attraverso scenari futuri, anche qualcosa che c’è già e allertarci rispetto a come potrebbe diventare: l’avvenire in-potenza di un futuro che è già presente. Su questo ci costringe ad aprire gli occhi la potentissima Black Mirror, una serie antologica di altissima qualità, culto di milioni di spettatori. Giunta nel 2017 alla sua quarta stagione, in origine britannica e in seguito prodotta da Netflix, è ideata e prodotta da Charlie Brooker, comico e famoso conduttore televisivo.

Si è aggiudicata un Emmy come “miglior film televisivo” e un altro come “miglior sceneggiatura” per l’unico episodio – San Jupitero – in cui c’è più paradiso che inferno, che combina eutanasia e realtà virtuale.

Ognuno dei diciasette episodi è una storia a sé, con trame e personaggi diversi, il che rende questo prodotto un’eccezione e un oggetto ibrido, al confine tra cinema e fiction.  Anche la durata degli episodi è una media tra quelli standard e il film (circa un’ora) e sono diretti e recitati da registi e attori di grande talento provenienti dal cinema.

A dare l’effetto “seriale” è che la domanda da cui si sviluppa il filo conduttore: quali possono essere le conseguenze terrificanti cui potrebbero portare (e in parte già hanno portato realmente) le degenerazioni del rapporto tra l’uomo e le nuove tecnologie. Una domanda certamente non nuova, nè originale, ma sono le risposte quelle che rendono la Serie tra le più inquietanti mai realizzate.

L’obbiettivo non è di demonizzare gli sviluppi della tecnologia di per sè, ma far immaginare le potenzialità distruttive quando un suo prodotto eccede nella sua invadenza fino a sconvolgere la vita delle persone.

I temi dei vari episodi li abbiamo tutti già sentiti, letti, visti e dibattuti: il ricatto mediatico, la lotta per la conquista della visibilità e del successo tramite i talent scout, la memorizzazione di ogni gesto della propria vita che impedisce di poter rimuovere i ricordi e avere un segreto, la possibilità di riavere vicino una persona cara che è morta, la tecnologia come mezzo di controllo, usata per estorcere informazioni e infliggere punizioni legali, il mondo dei videogame, la pericolosità degli “internet haters”. Eppure sono tutti di estremo impatto emotivo: immaginate quale potrebbe essere il vostro incubo peggiore, quello che vi fa svegliare di soprassalto, lo troverete sicuramente in uno degli episodi.

Forse la chiave di lettura per comprendere il fascino ipnotico della serie sta proprio nel titolo “Black Mirror”, uno “specchio nero” che non “riflette”, che non fa pensare, che rimanda piuttosto all’oscurità della mancanza di conoscenza, all’impossibilità di rispondere alle domande esistenziali che non smettono mai di riproporsi all’uomo, anche se con formule diverse. La sensazione è che sia anche un buco, a rappresentare quella tecnologia che ci risucchia inesorabilmente, come la “bocca-seno” aggettante dal teleschermo in cui il protagonista del profetico film di Cronenberg Videodrome (1982) infila la testa. Ci fa fare esperienza di un futuro che è già adesso, la dimensione del nostro abbruttimento all’epoca della nostra riproducibilità digitale, la nostra deumanizzazione o “mostrificazione”, mentre la tecnologia si umanizza.

Rimanda allo “schermo nero”, da quello della televisione a quello del computer, del tablet e del telefonino, cui rivolgiamo senza sosta i nostri sguardi, schermi in cui proiettiamo le nostre storie e da cui, nello stesso tempo, ci facciamo osservare, conoscere e financo controllare, lasciando tracce indelebili delle nostre continue incursioni nel web.

La potenza spiazzante e disturbante di Videodrome e Black Mirror sta nel farci vedere quello  che si potrebbe chiamare, per dirla con Bollas, “il conosciuto non pensato”. Sono “oggetti evocativi” perturbanti (Bollas, 2009) che, nel loro porsi come oggetti reali, culturali, collettivi, mettono il fruitore di fronte a parti di sè inconsce, celate dallo specchio nero.

Questo autore amplia la teoria del Perturbante di Freud, che lo ha definito “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da tempo, a ciò che ci è familiare”. Esso è indotto dal “ritorno del rimosso”, costituito da desideri, affetti ed angosce risalenti alla nostra infanzia, e racchiude in sé anche ciò che più ci terrorizza, perché pensavamo di averlo ormai superato o di essere in grado di affrontarlo.

Come spiega con molta chiarezza lo psicoanalista Angelo Moroni (spipedia, in www.SPIWEB.it), in questa prospettiva la sensazione di perturbamento che il fruitore prova di fronte a certe produzioni artistiche e culturali particolarmente drammatiche e stranianti, è una sorta di “teoria traumatica provvisoria”, ovvero il tentativo dell’Io di trovare “una soluzione di compromesso”, integrare familiarità con estraneità, per tollerare l’angoscia che ne invade i confini, e per tentare di ristabilire la propria omeostasi narcisistica. Il Perturbante, come esperienza estetica, sembra perciò condensare questo duplice movimento intrinseco alle parti più primitive della mente del soggetto: da una parte evoca la morte dell’Io mediante una paventata-evocata frantumazione dei suoi confini; dall’altra genera significazione, cioè un nuovo confine psichico, attraverso il lavoro della raffigurabilità emotivo-immaginativa. Il valore culturale, “transizionale” (Winnicott, 1971) del Perturbante, sembra consistere nella sua potenzialità decostruente e insieme costruttiva, di un “confine” tra la rottura di senso e la sua successiva risignificazione, che diventa territorio di esplorazione.

A questo sembrano rimandare i titoli di testa di Black Mirror: accompagnate da suoni elettronici, la scritta Black Mirror si forma da frammenti di lettere, che prima costruiscono le due parole come se si vedessero rovesce, allo specchio, e infine si raddrizzano e si fanno leggere, sopra uno specchio che si incrina. Decostruzione e frantumazione che creano da subito un senso di inquietudine. La storia che segue è un gruogiolo di pugni nello stomaco, eppure continuiamo a guardare, catturati dall’istinto voyeristico di scoprire fino a dove noi stessi, le nostre controfigure, possono arrivare. Non c’è catarsi finale, ma ogni episodio consegna allo spettatore l’opportunità di “riflettere”, di ripensare al suo stile di vita, a come non farci risucchiare dalle nostre stesse protesi che tanto ci possono offrire, non possiamo  bloccare il progresso, o farci bloccare dalla paura di ipotesi future apocalittiche. Come da bambini ci poteva terrorizzare la favola di biancaneve, con la regina-strega e lo specchio delle sue brame, oggi da adulti è lo specchio nero la nostra “fola”, che ci mette in contatto con quel perturbante generativo di senso.

[1] Ringrazio la rivista Eidos, cinema psiche e arti visive www.eidoscinema.it che ha pubblicato questo lavoro nel n. 40 (2018) “Cinema e futuro”

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